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Un'opportunità di riscatto sociale e lavorativo Oltre a socializzare e partecipare alle iniziative dei Centri di Salute Mentale bisognerebbe incrementare la produttività lavorativa con le Cooperative sociali. di Maurilio Tavormina
La malattia psichiatrica grave, al pari di ogni altra patologia, determina nell'uomo oltre che una sofferenza psichica anche una incapacità temporanea allo svolgimento delle proprie funzioni sociali e lavorative. Più un'infermità è temuta e più gli sfortunati malati sono di solito allontanati per la paura atavica del contagio e per l'azione “disturbante” del loro comportamento. E con loro anche i soccorritori, impegnati in una lotta difficile e non sempre gratificante, subiscono in parte la stessa sorte. Gli familiari possono subire l'esclusione sociale perché portatori nel loro nucleo domestico di una grave infermità, altre volte sono chiamati addirittura in causa quali soggetti determinanti nello sviluppo della malattia (la teoria del doppio legame e della madre schizofrenogena, cioè favorente la malattia, - “L'ecologia della mente” - Bateson ), o ancora per una presunta ereditarietà della patologia mentale. Ecco pertanto che da una spiccata sofferenza individuale se ne può generare una più allargata di emarginazione sociale, a volte anche con coinvolgimento di terzi che vivono o si fanno carico del malato. Quando “le luci della ribalta” sono accese sul comportamento aggressivo del folle, la notizia è diffusa dai mass medi, fa scalpore e i “benpensanti” hanno la conferma della pericolosità sociale e personale del malato mentale. Ci si dimentica però che l'imprevedibilità di un gesto è tanto maggiore e pericolosa quanto meno uno se lo aspetta. In taluni casi si hanno delle condotte eteroaggressive esplosive in persone ritenute sane e che sembravano avere un atteggiamento mansueto e molto educato. A mio avviso, è ingiusto e superficiale valutare una persona solo dalla sua apparenza o peggio dalla sua malattia. E già! Perché è proprio questa che genera paura diffidenza e la non certezza di guarigione amplifica timori atavici. Il diverso, l'eccentrico, il fuorviante vengono socialmente accettati se sono produttivi, autonomi economicamente ed impegnati nel proprio ruolo. Pertanto la vera sfida consiste non solo nella guarigione sintomatologica dalle patologie psichiche, ma anche in un recupero delle abilità perse e un congruo inserimento dei pazienti nel tessuto sociale produttivo e familiare. A cosa serve essere liberi da deliri, allucinazioni, turbe dell'umore e dalla voglia di far niente se poi non recuperiamo una contrattualità interpersonale con la forza lavoro, si continuerà ad essere fuori dal giro e spettatori di un lento defluire del tempo in attesa di un cambiamento. E' in questo settore che la riabilitazione psicosociale svolge la sua azione elettiva. Non si tratta solo di un'opera di socializzazione per sofferenti emarginati, questo può essere il primo passo per far uscire i pazienti dal loro ritiro sociale, poi bisogna agire in termini propositivi con finalità di recupero delle abilità e inserimento nel mondo del lavoro. Certo lo Stato interviene con fondi regionali per le attività di riabilitazione, con il riconoscimento della pensione d'invalidità civile, assegno di accompagnamento, con borse lavoro per l'avviamento al mondo della produttività, imparando un mestiere, un'attività, con una retribuzione di apprendista per sei mesi e un piccolo incentivo per il datore di lavoro. Ma la vera carta vincente è, a mio avviso, nella formazione di cooperative sociali “non profit” con associati pazienti, operatori e familiari. Tali cooperative oltre a beneficiare di agevolazioni fiscali possono praticare prezzi concorrenziali e dar lavoro a persone svantaggiate per la loro patologia. Ecco quindi come una situazione di peso ed emarginazione sociale si trasforma in un'occasione di ripresa e riscatto umano con opportunità di concreta riabilitazione psicosociale. |
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