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Storia di straordinaria follia di Eugenio Nemoianni |
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Fra i tanti episodi che rimangono in maniera indelebile nella mente di ciascuno di noi, ce n’è uno che vorrei raccontarvi. Risale a 10 anni orsono, epoca in cui operavo la dismissione degli ultimi 400 internati nell’Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore. In uno dei reparti femminili vi era ricoverata una vecchietta di 76 anni che proveniva dalla Calabria e, precisamente, da uno di quei paesini di origine albanese dove, tuttora, si parla la lingua arbëreshe. Angiolina, la protagonista di questa storia, non era andata a scuola perché doveva aiutare i genitori nei campi. La sera, quando rincasava, c’era la casa da pulire e altre due sorelle più piccole da accudire mentre la madre provvedeva alla cena. Solo la domenica Angiolina dedicava un po’ di tempo a sé stessa: dopo aver pulito casa (shpia) si metteva il vestito più bello che aveva (zogha) e si recava in chiesa (qishë) per assistere alla messa “grande”, quella di mezzogiorno (mesha madhe). All’età di 25 anni aveva cominciato a creare un po’ di problemi sia in famiglia e sia fra le altre duemila anime che popolavano quel paesino, a causa di certe strane idee che l’assillavano già da un anno, ma che, col tempo, avevano preso più consistenza. Angiolina era convinta di essere la Madonna e più di una volta si era recata in chiesa e aveva accusato il prete (zot) di avere un’amante e di aver tradito la sua missione; una volta, in preda all’ira, non aveva esitato a buttargli addosso le panche, la cassetta delle offerte e quant’altro le era capitato sotto mano. Ciò le valse un ricovero a vita in manicomio. E’ così che funzionava! La lontananza dal paese, le pessime condizioni economiche e la morte dei genitori, fecero sì che Angiolina, una volta messo piede in manicomio, non vedesse più nessuno dei suoi parenti. Si chiuse in un mutismo assoluto e veniva accudita dalle infer-miere. Nella cartella clinica si legge in modo ripetitivo: “sempre autistica, non comunica con il personale…”, oppure: “si ciba modicamente aiutata dalle infermiere…”. La prima volta che la incontrai, Angiolina era seduta su una sedia a rotelle. Scavata nel volto, lo sguardo spento e apparentemente inespressivo: avevo la sensazione di passare inosservato. Conoscevo Angiolina dalla lettura della consistente cartella clinica ma, ancora di più, dalla lettura di strazianti lettere che i genitori, un paio di volte all’anno, si facevano scrivere dal un impiegato del Comune e inviavano al Direttore del manicomio raccoman-dando mille attenzioni per la figlia. Tutte puntualmente inevase, sia le lettere che le atten-zioni. Le infermiere, quelle più anziane, mi avevano accompagnato da Angiolina antici-pandomi la sua completa indifferenza verso le cose e le persone: la conoscevano da sem-pre e da sempre era stata così. Tuttavia, sentivo che qualcosa mi legava a quella donna… Ma certo! Erano le comuni origini arbëreshe che me la facevano sentire vicino. Mi siedo accanto a lei, le prendo la mano e le chiedo in albanese: “Angiulì, si rrí? Rrí mirë? U t’dua mirë!” (“Angiolina, come stai? Stai bene? Io ti voglio bene!”). In pochi istanti i suoi occhi ripresero a brillare e il suo volto esprimere un senso di gioia. Con voce fioca ma compren-sibile mi dice: “Ti kush jè? U nëng të njoh!” ( “E tu chi sei? Io non ti conosco!”). Mentre le anziane infermiere trasecolavano, sentivo i miei occhi inumidirsi e un nodo stringermi la gola. Angiolina aveva ripreso a parlare dopo 50 anni di silenzio. Da giovane non aveva mai imparato la lingua italiana e nella sua tragedia, da internata, aveva deciso di interrom-pere ogni comunicazione con il mondo, anche quella gestuale. Dopo 50 anni aveva deciso di comunicare solo nella sua lingua arbëreshe che aveva appreso in gioventù dai suoi ge-nitori e dai suoi nonni, lingua che viene usata tuttora nelle comunità albanesi d’Italia. |